FUN@M%#L!©4 – o del linguaggio ampio
Si scrive così, ma si legge ‘FUNAMBOLICA’. Ecco un breve excursus del percorso (gioioso) che ha portato me a sperimentare e adottare svariate forme di linguaggio ampio. A partire dall’incontro con giovani persone amabili e da diverse battaglie di diritto passando per un amore incondizionato per il linguaggio e la sua elasticità! Oggi queste competenze fanno parte anche del mio lavoro: se desideri una consulenza o affidarmi la stesura dei tuoi testi, scrivimi!

Da Diogene – fotoservizio Andrea Butti
12 dicembre 2019 – Dal palco del Teatro San Teodoro di Cantù mi ritrovo a ‘manovrare’ l’intero uditorio del convegno Contro le parole dell’odio, indetto dal maggiore quotidiano di Como (qui il dettaglio della serata).
«Facciamo un esperimento» azzardo. «Alzatevi tutti quanti in piedi, per favore.»
Le 250 persone presenti in platea si levan da sedere di buon grado.
«Benvenuti a tutti; grazie per essere usciti di casa, per essere venuti qui e grazie a chi si è interessato al tema di stasera…» sorrido, sorridono.
«Ora chiedo a tutte di sedersi.»
Più della metà delle persone coinvolte si siede, gli uomini restano in piedi. Sorrido.
Tutte sorridono. Non tutti lo fanno.
Senza indugiare troppo sull’accaduto – perché qualcosa di certo è accaduto – faccio sedere anche gli uomini e rilancio.
«Lasciate che ricominci: benvenuti e benvenute a tutte e tutti; grazie per essere usciti e uscite di casa, per essere venute e venuti qui e grazie a chi si è interessato o interessata al tema di stasera.»
Anche se la finestra è la stessa,
non tutti quelli che vi si affacciano vedono le stesse cose:
la veduta dipende dallo sguardo.
Alda Merini


Il linguaggio non è neutro
L’uso dell’italiano è dissimmetrico rispetto al genere – si parla di maschile sovreasteso – il che supporta un privilegio (non una colpa, intendiamoci!) che può scivolare in una discriminazione.
Il rischio è che la cosiddetta ‘inclusione’ del femminile nel maschile silenzi le donne, rendendole invisibili.
Sappiamo per certo che questo non significa che noi donne non ci siamo!
Ecco perché può essere una bella sfida quella di dare voce alla differenza: per farla emergere, per valorizzarla, per trarre beneficio (e profitto) dalla ricchezza che apporta.

Dal femminile delle professioni di potere al linguaggio non binario
Aprile 2018 – Tengo un workshop per educatori ed educatrici, poi riproposto anche ad alcuni gruppi di lettura per adulti (e adulte) e in contesti aziendali.
Uno degli esercizi proposti richiedeva di nominare il femminile di alcune professioni: cuoco e infermiere andarono via lisci; pirata e poeta non furono presi nella dovuta (sovversiva) considerazione; dottore e presidente (che poi – annotiamocelo da qualche parte – quest’ultimo è analogo a studente) sollevarono discussioni; sindaco e avvocato generarono malcontento; ingegnere e architetto non si poterono neppure affrontare.
Eppure… allora si stava intravvedendo appena la punta dell’iceberg.
Perché ben presto invece, oltre alla pandemia e alla guerra, arrivò anche scevà.
Cioè?
In linguistica e fonologia, col termine scevà (dal tedesco Schwa, a sua volta dall’ebraico šěwā’) si designa una vocale centrale media, che nell’alfabeto fonetico internazionale viene indicata con il simbolo /ə/.
«Benvenutə a tuttə; grazie per essere uscitə di casa e per essere venutə qui, e grazie a chi si è interessatə al tema di stasera…»
Che significa? Come si legge?
Partiamo dal fondo: si legge a mezza bocca, a metà strada tra una A e una E… buttandola un po’ via.
Significa che chi scrive decide di utilizzare un linguaggio anzitutto non ‘androcentrico’ ma anche non binario, ossia di non imporre al proprio uditorio l’obbligo di sentirsi incluso nel maschile ma neanche quello di identificarsi aut nel maschile aut nel femminile.
Significa dare voce – alla faccia del tertium non datur di aristotelica memoria – a chi pensa se stessə in modo differente (persone non binarie, intersessuali ma anche semplicemente identità queer).
Che poi – a voler essere più precisɜ – al plurale, invece che /ə/, sarebbe /ɜ/ e si chiama scevà lungo (o lunga?).
«Benvenutɜ a tuttɜ; grazie per essere uscitɜ di casa e per essere venutɜ qui, e grazie a chi si è interessatə al tema di stasera…»

Cosa c’entrano le U, gli asterischi et similia
Leggere testi scritti con quest’ultimo linguaggio ‘inclusivo’ (oggi c’è chi preferisce parlare di convivenza delle differenze ché, sennò, siamo daccapo con lo squilibrio dei rapporti di potere: chi include è più forte, più giustə!) – si diceva: leggere testi del genere non è per nulla facile e non favorisce la comprensibilità.
Vero. Ecco perché sono in atto diversi esperimenti alternativi.
Alcuni sono semplicemente tipografici: ə e ɜ vengono sostituiti dall’asterisco (*), dall’underscore (_)
o da altri segni tipografici non fonetici (# @ § %), al fine di destrutturare il testo e muovere a una riflessione: qui non c’è pronuncia (si fa epochè, si sospende: la voce e il giudizio!), ma il significato resta.
Il caso della U è diverso: si sceglie di utilizzare una vocale inusuale ma sonora (‘normale’, diremmo) al posto sia del maschile sia del femminile, tanto al singolare quanto al plurale.
«Benvenutu a tuttu; grazie per essere uscitu di casa e per essere venutu qui, e grazie a chi si è interessatu al tema di stasera…»
Si pronuncia facilmente (anche se fa un po’… strano) ed è significante, eccome (scardina la visione binaria).
Ma serve?

Come la democrazia, il linguaggio va esercitato
Sperimentarsi in questi usi ampi della lingua, confrontarsi con la grammatica (che è più potente di quanto si pensi) e nutrire una sana curiosità per come andrà a finire è uno dei piaceri e dei vantaggi dei tempi in cui viviamo.
Cosa si imporrà, cosa funzionerà meglio, come parleremo e scriveremo domani dipende.
Tra l’altro da come usiamo le parole e le regole che abbiamo e da quanto ci alleniamo nell’usarle al meglio.
In una parola, dipende da quanto esercitiamo: il nostro linguaggio e il diritto di provare a modellarlo su una visione (anche) diversa del mondo.
E quindi, serve? Sì.
A cosa? A costruire un mondo migliore.
Perché – lo indagano svariate scienze – la parola informa il pensiero che, a sua volta, ci consente di ‘maneggiare’ il mondo.
Maggiore è il numero di parole di cui disponiamo, più ampio è lo spettro di costrutti che dominiamo e che sperimentiamo, migliore è la nostra performance… e non solo sul lavoro.
Nella vita.
La cosa peggiore che si possa fare con le parole e arrendervisi.
George Orwell
Cosa fare
Siamo allora tutti, tutte e tuttu in obbligo d’utilizzare queste strane forme di linguaggio? No.
Vale la pena sperimentare e saperne di più? Sì. Sapere è potere.
Conviene provare a usare un linguaggio più ampio? Sì, foss’anche solo per non perdere un trend che appare in crescita e che intercetta nuovi target.
È facile destreggiarsi in questo ginepraio? No, ma sa essere anche spassoso e avvincente!
Dal 2020 – nei siti e nei blog di professionisti e professioniste, aziende e associazioni di cui mi occupo, non applico mai un’unica strategia. Lo sguardo (mio e loro) punta ormai sempre alla convivenza delle differenze, ma la lingua che le dà corpo e voce si articola in modi differenti: a seconda delle sensibilità, dei temi, della mission e… dell’opportunità.

Da dove si comincia
Non c’è una regola fissa o un modo solo.
Novità per novità, si potrebbe optare per un approccio all inclusive.
Ma si può anche cominciare dal femminile esplicito…
Pesante e ripetitivo? Non è detto.
Le strategie attuabili sono svariate (alcune lavorano su sostantivi e aggettivi, altre sui nomi collettivi, altre ancora sulle forme verbali, sulle perifrasi…).
Riprendendo (e concludendo) da dove avevamo cominciato, ad esempio…
«Benvenuti e benvenute a tutte e tutti; grazie per aver deciso di uscire di casa e di venire qui; grazie a chi ha manifestato interesse per il tema di stasera.»
L’importante è cominciare.
Da una domanda.
«Perché no?»
AH, POI CI SAREBBERO ANCHE I BAGNI, L’APPELLO E LE CABINE ELETTORALI…
Ma questo è un altro discorso.
.
.
.
Forse.
Chi è forte della propria paura osa tendere cavi sui precipizi;
si lancia all’assalto dei campanili; allontana e unisce le montagne.
Ecco il viaggio da fare. […] Profondamente funambulə sarà chi
lascerà il suo piedistallo per scoprire cavi tesi ancor più in alto.
Philippe Petit, Trattato di funambolismo
Ti interessa ampliare il linguaggio che usi nella tua comunicazione?
Vuoi imparare a farlo o desideri affidarti a chi già lo sappia fare?
In entrambi i casi, io ci sono: scrivimi!
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In apertura, un mio ritratto in Tintostamperia a Como, opera di Gin Angri che ringrazio.
Sullo sfondo un esempio di femminile sovraesteso e uno dei simboli dell’attivismo transfemminista-nonbinary.
FUN@M%#L!©4. Testi © Alle Bonicalzi – www.allegropanico.com
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Parole Parole Parole è…
- SESSISTA? – Pregiudizi e linguaggio di genere.
- LUCI E OMBRE DEL LINGUAGGIO – scegliere per comprendere e significare.
- BAD (& GOOD) NEWS – uno sguardo alla voce dei media.
- FUN@M%#L!©4 – o del linguaggio ampio

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