icona della maternità

Un’icona della maternità

L’icona è una raffigurazione sacra, preziosa e simbolica.
Quando il soggetto è la maternità, essa diviene l’immagine della tenerezza per eccellenza.
Tenerezza che – a dispetto di un’etimologia che rimanda alla sfera del tatto (cedevole, morbido) – si incarna, anzitutto, nello sguardo: quello vigile, attento e protettivo della madre che con-templa la sua creatura.
Ma non solo.
C’è anche lo sguardo breve della nuova vita che vede la luce e che risplende – essa stessa – agli occhi di chi l’accoglie.
E c’è poi lo sguardo che è riguardo di suo padre che, con una cura scrupolosa e discreta, assicura la relazione di madre e figlia. Il padre c’è: vede anche se non si vede.

E allora questa Ma-donna con bambina, icona della maternità in light painting, racconta (almeno) tre storie.
Ricongiunge (almeno) tre sguardi.

Icona della maternità come contemplazione

Siccome templum è lo ‘spazio circoscritto’, con-templare significa ‘attrarre nel proprio orizzonte’ che, per una madre, è il luogo dell’abbraccio.
Il contemplare implica un guardare a lungo, un osservare con attenzione qualcosa o qualcuno che desta meraviglia, stupore e ammirazione: di qui la tenerezza.

Alice ha dieci giorni e ancora non si è abituata alla luce del sole e ai rumori del mondo.
Maddalena non riesce a staccare i suoi gli occhi da lei, né lei dal proprio seno.
Andrea, sulla soglia, le osserva incantato: pronto a intervenire a ogni richiesta.
(Le loro iniziali sono un sunto e un invito: AMA!)

Come posso fotografare un tempo così unico come l’innamoramento della nascita, senza interferire? Senza disturbare?

Tu sei la luce dei miei occhi, la mia pupilla!

Un neonato non vede – davvero! – al di là del proprio naso… non subito, almeno.
Venire alla luce non comporta immediatamente sopportarla e riuscire a utilizzarla in funzione della vista.
E così il neonato, la neonata, mette in gioco tutti i propri sensi (a partire dal tatto e dall’olfatto) per raggiungere e trattenere l’orizzonte della sua salvezza: sua madre. Degustandola, a distanza ravvicinata, la vede anche. L’ammira e la rispecchia.

Sì forte di lei s’innamorò, che più avanti di lei non vedea. (Giovanni Boccaccio)

Avete mai notato che guardando un’altra persona, con attenzione, vediamo noi stessi riflessi nei suoi occhi?
Una minuscola figurina occhieggia (!) di laggiù e ci ricorda che ogni relazione – come ogni sguardo – prevede un Noi. Di più: consente all’Io di riconoscersi nel Tu. E viceversa.
Quella piccola immagine di noi riflessa dall’occhio dell’altro ci riporta piccini, come bambini.
(E infatti pupilla deriva da pupa, ‘bambola, bimba’.)
Ci riporta alla tenerezza del primo sguardo posato su di noi?

Ogni volta che mi guardi nasco nei tuoi occhi. 
(George Riechmann)

Vedere la luce come sinonimo di nascere!
Essere guardati e visti – per ciò che siamo e potremo essere – come strumento di relazione e di costituzione di un’identità salda.

Riconoscimento che si fa riconoscenza.

Grazie di avermi messa al mondo, mamma. Grazie del riguardo con cui ti curi di noi, papà.
Grazie a te, figlia, che ci fai genitori.

 

Restare desti, saper vedere

«Quando nasce un bambino, nasce anche una madre», si dice.
Ma io direi che nascono dei genitori: almeno uno, possibilmente due.
Nasci genitore, ma poi non sai che fare… nessuno te l’ha insegnato, ma qualcuno può farlo?
Secondo me sì.

Può insegnartelo (e lo fa, comunque) il figlio o la figlia: con il suo essere, il suo esserci di fronte a te.
E con il suo interrogarti, che è implicito nella relazione, nello sguardo di cui sopra; e che diventerà esplicito – poi – nelle mille domande che saprai lasciarti fare e da cui saprai lasciarti mettere in discussione.

Non basta guardare, occorre guardare con occhi che vogliono vedere, che credono in quello che vedono. Galileo Galilei

Essere genitori è essere in cammino, desti: a occhi aperti.
Occhi aperti per guardare, vedere, riconoscere, accogliere, proteggere, capire, migliorare, evolvere.
Occhi aperti sulla relazione e sul mondo che la circonda.
Occhi esposti – come una finestra che guardi a est – al continuo sorgere di un nuovo giorno.

Ma come si cresce un figlio, una figlia?
Come essere certi che ‘venga su bene’?
Come salvarlo o salvarla dai pericoli, dalle brutture, dalla violenza e dal caos?

L’unica cosa che un genitore può e deve fare per i propri figli – secondo me – è accompagnarli nello sviluppo di un’autonomia (che è fisica e morale!) per poi lasciarli andare per la loro strada (seguire il volo della freccia scoccata sul sentiero dell’infinito, diceva Gibran*).
L’unico strumento valido e utile, sempre, è il pensiero critico (dubita, ricerca, confronta e pensa con la tua testa).
E il dispositivo più potente a disposizione del genitore (e del figlio) è lo sguardo, che è relazione.

Se ti perdo di vista, ti ho perso.

Forse è per questo che il padre di questa bambina, il compagno di questa madre non ha voluto mancare di assistere alla creazione di questa immagine.
Curioso, attento e premuroso, si è assicurato un punto di vista preferenziale, come di vedetta, non solo per osservare, ma per con-prendere, ossia ‘contenere in sé, abbracciare’ l’intero evento.
In piedi – vigile – sulla soglia, non ha distolto lo sguardo un istante dal suo bene più prezioso: lo splendore che è la sua famiglia.

All’inizio ero sinceramente incuriosito dal tipo di fotografia proposto da Alle. Ho partecipato alla sessione di scatto un po’ per dare una mano a Maddy, mia moglie, con la nostra figlia Alice – se fosse stato necessario – e un po’ perché sono interessato io stesso alla fotografia.
Alle posiziona macchina fotografica e computer, tapparelle giù, porta chiusa, mia moglie e mia figlia in posizione. In un batter d’occhio mi ritrovo all’interno della camera oscura del fotografo che crea la sua immagine come il pittore la sua tela.
[…] Luci soffuse che si accendono e si spengono, fiori colorati, teli e tessuti mossi vicino a mia moglie e a mia figlia (che se l’è dormita per tutta la sessione!), tessuti trasparenti messi davanti all’obiettivo della macchina fotografica.
Et voilà!
La fotografia o, meglio, il ritratto è fatto. Il profilo di Maddy disegnato con attorno colori; giochi di luci e ombre sulle mani che avvolgono teneramente la bimba. 
Naturalmente l’appetito viene mangiando e, dopo il primo ‘scatto’, abbiamo provato altre soluzioni, apportando qualche modifica per comporre altre tele… ups… foto!
Un’esperienza fantastica, rilassante e divertente allo stesso tempo! Da ripetere, anche con della musica!

Andrea

Icona della maternità in light painting

Ma-donna con bambina II, I figli

Light painting: un’architettura di punti di vista

Tre sguardi, dunque, in questa icona della maternità.

C’è una madre che contempla la sua bambina.
C’è una nuova vita che vede la luce, che si riconosce in una relazione ed è riconoscente.
C’è un padre che, con riguardo, vede e provvede.

Ma non solo.

C’è anche il mio sguardo, fotografico, che vuole essere racconto.
Discreto, silenzioso, paziente.
Uno sguardo che ‘prende tempo’, non ha fretta e dipinge la bellezza sacra, preziosa, della genitorialità.

Nel ritratto in light painting (letteralmente ‘pittura di luce’**) il lavoro è del tutto particolare ed eccentrico rispetto ad altre tecniche fotografiche: si costruisce a partire dal buio e si dipana nel tempo.
È un evento, un’esperienza.

Io la chiamo ‘fotografia gentile’ perché non aggredisce il soggetto né con flash di luce potente né con raffiche di scatti (shooting, dicono gli anglofoni).
Al contrario, accarezza dolcemente i corpi e i visi con morbide luci che si fanno colore e ombra.
Accompagna le persone ritratte in un tempo sospeso entro cui respirare, per lasciare andare e poter raccontare il vibrare dello sguardo, il fremere del gesto.

Per realizzare un ritratto in light painting non basta guardare né saper vedere.
Bisogna prevedere.
Pre-figurarsi i livelli di costruzione dell’immagine che si fa essa stessa relazione, gioco di sguardi.
Tra chi fotografa e chi è fotografato.
E poi, nel tempo, tra quella fotografia e chi la guarda.

L’ultimo sguardo in gioco, infatti, è il tuo.

Tu che osservi, rimiri o sbirci quest’icona della maternità.
Sì, proprio tu.
A te va la mia riconoscenza per l’ingresso in relazione con il mio sguardo, con la mia visione del mondo che ha preso corpo e luce grazie a questa famiglia. A questa madre, a questa figlia, a questo padre.

È grazie a loro, a te e a me se ora siamo qui.

Cinque sguardi, cinque punti di vista differenti per costruire – insieme – un mondo di rimandi e di significati intorno a questa icona della maternità che – ormai è evidente! – è molto di più.

  1. È un’icona della maternità intesa coma capacità inclusiva di uno sguardo che sostiene e accompagna alla libertà (per cui non ci sono madri di serie A e madri di serie B, poiché la maternità vera e sola si gioca nella relazione).
  2. È un’icona della genitorialità, perché sa con-prendere anche lo sguardo del padre (per cui non c’è un genitore 1 e un genitore 2, poiché fare famiglia non è gara ma cura).
  3. È un’icona del venire alla luce come cammino che si dipana nel tempo e che coinvolge il figlio o la figlia, tanto quanto il genitore, i genitori (per cui non si finisce mai di costruire la propria identità, attraverso prospettive, adombramenti e disvelamenti successivi).
  4. È un’icona del guardare come gesto vicendevole, costitutivo del proprio essere: sempre situati e sempre in relazione con altro da sé (per cui non si dà pienezza senza reciprocità).
  5. È un’icona della tenerezza come strumento primo di relazione, un ritratto gentile di un mondo possibile, familiare poiché immediatamente riconoscibile, condivisibile, significativo (per cui l’esperienza singolare di questa maternità si fa proposta di una modalità universale percorribile: l’accoglienza).

 

Idee, spunti e proposte per ripensare e costruire un futuro migliore.
A partire dal saper guardare e vedere l’altro (anche e soprattutto in quanto diverso!).
A partire da una relazione gentile, che con-prende.
A partire da oggi.
A partire da noi.

 

…………………………

*Raffinatissimo poeta libanese, ne Il Profeta (1923) Khalil Gibran scrive a proposito della genitorialità:
I vostri figli non sono figli vostri / sono i figli e le figlie della forza stessa della Vita.
Nascono per mezzo di voi, ma non da voi. / Dimorano con voi, tuttavia non vi appartengono.
Potete dar loro il vostro amore, ma non le vostre idee. / Potete dare una casa al loro corpo, ma non alla loro anima, perché la loro anima abita la casa dell’avvenire che voi non potete visitare nemmeno nei vostri sogni.
Potete sforzarvi di tenere il loro passo, ma non pretendere di renderli simili a voi, perché la vita non torna indietro, né può fermarsi a ieri.
Voi siete l’arco dal quale, come frecce vive, i vostri figli sono lanciati in avanti.
L’Arciere mira al bersaglio sul sentiero dell’infinito e vi tiene tesi con tutto il suo vigore affinché le sue frecce possano andare veloci e lontane.
Lasciatevi tendere con gioia nelle mani dell’Arciere, poiché egli ama in egual misura e le frecce che volano e l’arco che rimane saldo.

**Per approfondire il tema del ritratto in light painting e per vedere altre opere realizzate con la medesima tecnica, si vedano la carrellata dei miei lavori ospitati dalla LPWA (Light Painting World Alliance), nonché gli altri articoli sulla Maternità, Paternità e Creatività in light painting, e i miei progetti personali Di donne e di dee e Lady Madonna.

Per avere informazioni dirette o preventivi personalizzati e per prenotare la tua sessione di ritratto in light painting, contattami senza impegno: sarò lieta di valutare la proposta più adatta alle tue esigenze! [email protected]

 

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