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ALLE DONNE, UN AUGURIO

Son tre giorni ormai che cerco di pubblicare questo post, invano.
Per un giorno, l’8 marzo, non ho voluto pensare alle donne, ma solo vedere delle amiche.

Poi ho iniziato a scrivere e mi sono arrabbiata. Mi venivano in mente solo ingiustizie, prevaricazioni, violenze, soprusi, abusi…
Quindi ho continuato a essere arrabbiata ma, in più, è cresciuto il senso di colpa, perché i giorni passavano e non pubblicavo il post. Ma ora basta!

Un regalo per le donne?
Aiutiamoci a liberarci dal senso di colpa!
E dai cliché.

Non so voi, ma io mi sento in colpa se scrivo un post invece che rifare i letti; mi sento in colpa se faccio i letti invece di fotografare; mi sento in colpa se fotografo invece che andare al parco con le mie figlie; in colpa se vado al parco invece di scrivere quel preventivo che mi hanno chiesto ormai da una settimana; in colpa se scrivo il preventivo invece di lavarmi i capelli; o di lavarmi i capelli e non fare una telefonata a mia madre… In colpa comunque, in colpa sempre.
Ma in colpa perché?
Perché non sono perfetta. Temo.
Perché non riesco a fare sempre tutto. Ma va?

Qualcuno ha detto che più le nostre aspettative sono esagerate, più è forte il tonfo della disillusione e della frustrazione!
Per me, e per molte donne credo, la frustrazione è uno degli stati d’animo base.
– Liberatevene! – dice qualche maschio solidale.
– Liberiamocene, – dico io… Ma come o, meglio, a partire da dove?

SCHIAVE FIN DA BAMBINE

Tempo fa ho letto un libro che qualunque genitore (di figlie femmine e di figli maschi) dovrebbe assolutamente leggere: si intitola Ancora dalla parte delle bambine (di Loredana Lipperini, 2007) ed è l’ideale, inquietante prosieguo del discorso tessuto da Elena Gianini Belotti quarant’anni fa (Dalla parte delle bambine, 1973).
È un’indagine spietata sull’autoprogrammazione sociale dei ruoli sessuali, nociva per entrambi, ma particolarmente sbilanciata a sfavore del sesso debole (appunto!). Tramite gli insegnamenti, i giocattoli, l’abbigliamento, la comunicazione in generale, il messaggio in cui siamo immersi (e in cui crescono e si addestrano i nostri figli) è uno: i maschi sono naturalmente forti e dominatori; le femmine dolci e remissive; se ciascuno fa bene il suo, la società funzionerà al meglio!
Balle! Ciascun individuo dovrebbe avere la possibilità di sviluppare appieno la propria personalità in quanto tale e, soprattutto, non dovrebbe credere di doversi scusare per ogni cosa.

Scusa se non sono bella (o se lo sono troppo e si voltano a guardarmi), se non sono magra, se non sono giovane, se non sono disponibile, se non sono multitask, se non sono sorridente, se non sono… Barbie, o Musa/Flora/Techna o Scarlett Johansson o Beyonce…

COME FOTOGRAFARE DONNE LIBERE?

Ma come ci si libera da uno stereotipo, potente e onnipresente?

E, nel mio mestiere, come si fotografa una donna, senza necessariamente piegarla al cliché glam?
Senza che debba essere o sembrare sexy a tutti i costi, senza pretendere che ammicchi e flirti con l’obiettivo?
(O come si fa a scegliere quell’immaginario, ma liberamente, attivamente?)

Mai notato che il 90% delle donne testimonial pubblicitarie ha la bocca semiaperta?! Umiliante, direi.

Per stare davanti all’obiettivo, per lasciarsi ritrarre bisogna uscire allo scoperto, dischiudersi, mostrarsi… ci vuole fiducia in se stessi e confidenza… e poi dovrebbe essere un piacere, ma un piacere anzitutto per se stesse, non per gli altri/un altro.

Un piacere che può essere ed è innocente: nel senso che non va mortificato, né punito.
E allora basta chiedere scusa, ma basta anche tacere di fronte alla prevaricazione e – purtroppo spesso – alla violenza!

Un augurio, allora, a tutte le donne. Alle ‘mie’ donne.
Basta sensi di colpa: coltiviamo, piuttosto il senso dell’onore, che è l’opposto della vergogna ed è assunzione piena della propria responsabilità. Di essere umano. E di essere umana.

º º º

Qualche spunto per riflettere e indignarsi, per dolersi e ricostruire:

Un (altro) libro: Ave Mary, di Michela Murgia, 2011.
Un documentario: Il corpo delle donne di Lorella Zanardo, Marco Malfi Chindemi, Cesare Cantù, 2009.
Uno spettacolo teatrale (e libro): Ferite a morte di Serena Dandini, 2013.
Un videoclip: Stupid girls di Pink, 2006 (che gioca prepotentemente con gli stereotipi… ma ce la fa davvero a uscirne a testa alta?).

º º º

DI DONNE E DI DEE

Una proposta di riscatto, di ricerca e di piacere: regalati un ritratto in light painting!
Ritratti gentili di femminilità potente.

Preventivi su richiesta.

3 commenti
  • [email protected]

    12 Marzo 2013 at 16:48 Rispondi

    di mio posso dire che credo nella profonda diversità tra ogni essere umano… faccio fatica a chiudermi in generalizzazioni anche di genere…anche nel maschile e nel femminile…
    la sera dell’8 marzo ho festeggiato tessendo al telaio, unendo energia femminile e maschile!
    bacio [email protected]

  • Sabrina

    14 Marzo 2013 at 13:13 Rispondi

    lascio giocare la mia piccola B.Alyssa con macchinine, lego, bambole, pennarelli, pentole, cacciaviti (senza punta), martelli (di gomma), trombette e tutto quello che le serve per crescere e stimolare la sua voglia di sapere, al di là di ogni stereotipo, ruolo o etichetta sociale. Mi accorgo però che son più le mamme di bimbi maschi a proibire loro di usare giochi “prettamente” da bimbe che il contrario….la dice lunga sai…

  • alle bonicalzi

    14 Marzo 2013 at 20:10 Rispondi

    Concordo pienamente: la dice luuuuuuuuuuuunghissima!
    Perché se è proprio una donna (la madre) a impedire al figlio (futuro uomo/compagno/padre) di sviluppare pienamente la propria personalità, compresi i lati della ‘cura’ (accudimento, nutrizione ecc.), come si può sperare nello sviluppo di un’umanità più libera?

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